martedì 1 gennaio 2013
Cicale al carbonio 16
sedici
Lui risiedeva a Cugliate Fabiasco. Una bella villa, con
prato che s’allungava in un bosco di faggi e castani, in pendenza verso il
monte Sette Termini. Una villa che aveva scelto Isa, sua moglie dopo un
diploma, una laurea e svariati concorsi di bellezza: Miss Turismo, Miss
Verbano, aspirante Miss Italia, eliminata quando erano rimaste in dodici. Isa
s’era innamorato di quella bella casa, lui della zona, che aveva sempre
frequentato sin da ragazzo, seguendo con la moto da cross i sentieri nel bosco
e i prati a gobbe.
Il programma di Isa per quel giorno: parrucchiere, estetista
e pranzo con un’amica, vecchia compagna di liceo, con la quale sarebbe andata,
dopo averne raccolta un’altra che abitava a Gallarate, all’Ikea di Corsico.
“Per cena arrivo, so che non hai problemi a riempire le tue giornate” e l’aveva
baciato, come per dire: “Comunque ti curo.”
Abitava in una zona isolata
del paese. Il suo prato confinava a nord con il bosco, con prati a sud e ad
ovest e con il prato di un’altra villa ad est, il più delle volte disabitata.
Il proprietario veniva di rado, un industriale milanese di mobili da giardino.
Quel giorno sarebbero stati soli, il milanese non
c’era.
“Hai fame?”
“Cosa mi prepari?”
“Fammi aprire il frigo, pensavo di andare a mangiare una
pizza a Marchirolo…qualcosa si trova…una piadina ti va?”
“Bene.”
“Prosciutto…formaggio…?”
“Fai tu...sempre bene.”
“Intanto se vuoi accendi lo stereo…i CD sono a
destra, apri l’anta.”
Beatrice aprì e li fece passare. Le tremavano le mani. Scelse
quasi subito, un cofanetto bianco, triplo Cd: Le Avventure di Lucio Battisti
e Mogol. Non ebbe bisogno di leggere i titoli. Li conosceva a memoria.
Scelse il CD 1 e andò subito alla numero cinque. Così partì Non è Francesca.
Lui non fece commenti sulla scelta. Disse solo: “Piadina con
prosciutto crudo. Da bere guarda questo.” Aprì il frigo. “Prosecco di
Valdobbiadene, fresco.”
Beatrice sorrise. Si perse seguendone il profilo. Capelli
cortissimi per nascondere, evidenziandola, una stempiatura precoce. Naso
importante ma in sintonia con un volto che forse lo faceva più vecchio, più
interessante. Gli occhi chiari erano la sua luce. Di altezza superava suo
marito di almeno una spanna. Era robusto ma senza una curva di adipe. Si
immaginò fra quelle braccia.
Silenzio fra loro, ora. La canzone di Lucio Battisti, nessun
altro rumore.
Beatrice si portò verso la libreria, per distrarsi. Non
ricordava i titoli dei libri, era costretta a piccoli respiri per andare dietro
al cuore. Ogni tanto un respiro più lungo, più profondo. Ma perché
controllarsi? Perché cercare la quiete?
Una volta ancora lui aveva colto l’attimo. Ora stava alle
sue spalle, la sfiorava ma ancora non la toccava.
***
“Passaggio
alla Cima Coppi” urlò Mauro, eccitato. “Primo Marco Marchi, della Toshibas
Bike, stesso tempo per Luigi Zacchei e Gabriele Audisio, i suoi due gregari,
che hanno spinto il loro capitano come due moto. Quarto Giuseppe Togni, del
Team Fortex a dieci secondi, con lui Aldape e Sainz, a venti secondi Casavola.
Dieci secondi il gap fra Marchi e Togni, che te ne pare?”
“Pochi, troppo pochi” disse Paride. “Però Marchi ha messo
sull’avviso la Maglia Rosa. E soprattutto ho visto bene, molto bene, molto
efficace la pedalata dei suoi due uomini, Zacchei e Audisio. Ottimo segno. Come
i nostri telespettatori sanno, dipenderà da loro, soprattutto da loro se Marchi
potrà tenere alta la velocità sul Mortirolo.”
“E da lì, se ne avrà” aggiunse Mauro “tentare la botta
decisiva, per recuperare il minuto che lo separa da Togni.”
“La lepre di Albino, questa è una delle tante definizioni di
Togni, dà l’impressione di controllare e certo recupererà in discesa. L’allungo
di Marchi nell’ultimo chilometro della salita verso la Cima Coppi era
dimostrativo: come dire, io ci sono, preparatevi al Mortirolo.”
“Su la mantellina” disse Mauro “ e adesso giù, verso Bormio
e la Valtellina. Quaranta chilometri almeno di discesa e poi, a Mazzo, svolta a
sinistra verso il Mortirolo.”
“Discesa molto impegnativa dallo Stelvio a Bormio” spiegò
Paride, “quindi strada ampia e senza difficoltà per i corridori, che avranno
modo di riprendere fiato prima della penultima asperità della giornata.”
Alla quarta casa Cantoniera
dello Stelvio, bivio per Santa Maria, Giuseppe Togni s’era già riportato sui
primi.
A poche centinaia di metri dalla terza Cantoniera aveva
superato Marchi, mostrandogli culo, schiena e due cosce da mettere
paura.
Ripensando allo scatto prima della cima Coppi, Marchi pensò:
‘Benzina sprecata’.
16-continua
Il tempo di Carosello
Amo la storia, soprattutto i documentari televisivi. Amo dunque il canale 54, RaiStoria, e proprio guardando quel canale ho scoperto che il 1° gennaio del 1977, dopo 20 anni ininterrotti di vita, chiudeva 'Carosello', dieci minuti nei quali la Rai concentrava, alle 9 di sera, tutta la pubblicità. (in foto, Calimero, il pulcino nero) 'Carosello' saltò solo in occasioni di eventi gravissimi, come la strage di piazza Fontana nel 1969 e la morte di Papa Giovanni XXIII. Io l'ho visto a partire dal 1961-62, quando la mia famiglia comprò la prima televisione. Siamo cresciti (noi, bambini di quegli anni) sapendo che dopo 'Carosello' si andava a letto. Un esito indiscutibile.
Il discorso si fa interessante
'...La conoscenza razionale, attraverso gli scienziati e i pensatori, nega che la vita abbia un senso, mentre enormi masse di uomini -tutta l'umanità- questo senso lo ritrovano in una conoscenza non razionale. E questa conoscenza non razionale è la fede, quella stessa fede che io non potevo non respingere. E' Dio uno e trino, è la creazione in sei giorni, i diavoli e gli angeli e tutto quello che io non posso accettare a meno di non uscir di senno...'
Tolstoj Le confessioni cap 8
Il discorso si fa interessante.
Roby, il gran libro della natura
foto autoscatto Canon
Con Roby siamo amici da una vita. Abbiamo molti interessi comuni e tre soprattutto: amiamo leggere il gran libro della natura, camminare nel silenzio e pregare all'aria aperta.
Con Roby siamo amici da una vita. Abbiamo molti interessi comuni e tre soprattutto: amiamo leggere il gran libro della natura, camminare nel silenzio e pregare all'aria aperta.
Sauro, il 'dolce' scalatore
Auguri ai miei consuoceri Daniela e Sauro (in prima fila, panca di sinistra). In particolare i miei complimenti a Sauro, grande pedalatore, detto il 'dolce' scalatore (perché è di Crema), che è riuscito nel suo intento: 9000 km in bici nel 2012. Molto bravo! Questa sua precisione nella conta dei km mi ha fatto tornare a qualche anno fa. Dal 1995 al 2005 anch'io tenevo con cura il conteggio dei km annuali, e mai sono arrivato a 9000. Però c'è da dire che io non andavo solo in bici. Il mio record è del 2001, con 6805 km totali, così suddivisi: corsa km 1814 + bici km 4798 + nuoto km 106 + sci nordico km 87. Vi è da dire che in questo conteggio non sono compresi i km in bici per andare a scuola e il cammino, ma non esageriamo. Poi, dal 2006, niente più conteggio, ma sempre tanti km di sport.
Cicale al carbonio 15
quindici
Il
campanile del Bernascone battè i dodici colpi del mezzogiorno. Le campane
stesero sulla città le note dell’Angelus.
Avevano
cambiato panchina. Ne avevano scelta una meno in ombra, più esposti alla vista
dei pochi varesini in giro a quell’ora.
Davanti a loro, seduti proprio al limitare nord del colle di
Villa Mirabello, s’apriva il cortile in ghiaia dei Giardini Estensi, con la
fontana, le aiuole di curatissimo prato all’inglese; più in lontananza il
Palazzo Comunale, il colle di Biumo con il San Giorgio e le Ville Ponti. A
chiudere l’orizzonte, le rocce del Monte Generoso.
“Ti amo…nessuno come te” continuava a ripetere lui.
Non erano vicini. Vedendoli, potevano sembrare amici, non
amanti.
“Nemmeno mi conosci” disse Beatrice, guardando il volo
pesante dei piccioni. “Non abbiamo fretta” e le parve, adesso, d’essere lei la
più affidabile.
“Posso aspettare, basta…” e le si avvicinò.
“Basta?”
“Basta che sei sincera.”
Beatrice guardava una coppia, mano nella mano, a metà del
cortile. Si sentiva il rumore dei loro passi, piedi che affondavano nella
ghiaia.
“Non me l’hai ancora detto.”
“Che cosa?”
“Se mi ami.”
“Con
te sto bene. Non so se è amore…l’amore….”
Silenzio, e la sua voglia di andare oltre: “L’amore?”
Si guardarono. Lei rise: “Ma che ne so cos’è.”
“L’amore non si sa, si gusta.”
A lei venne in mente ‘si lecca’.
“Si vive e basta.”
Ora i loro fianchi si toccavano. Lei guardava il getto della
fontana. Il sole propiziava piccoli arcobaleni fra gli spruzzi d’acqua. Lo
scopo era portarsela a letto? Se davvero era solo quello, almeno non l’aveva
lasciato intendere. Non s’erano neppure baciati. Poteva essere una garanzia?
“Mi hai ribaltato la vita…”
Beatrice si gustò quella lusinga. “Esageri.”
“Non mi lasci in pace. Mai.”
“E perché dovrei?” Ora Beatrice si divertiva. E anche lui.
Ridevano, scambiandosi battute da adolescenti. Finché lei non guardò
l’orologio: “Devo andare. E’ tardi.”
S’era presentato Marco, all’improvviso, con tutta la sua
fatica e le tante bugie che avrebbe dovuto intuire, al suo ritorno da un Giro
d’Italia.
“E’ presto…mi stai regalando la felicità…non sapevo che esistesse…” e la fissò negli
occhi. Senza cedere.
“Aspetta..” e Beatrice frugò nella borsetta. Ne venne fuori
un libricino quadrato, un piccolo catalogo della Thun. “Lo sapevo…lo
stesso colore…hai gli occhi così” e gli mostrò la copertina, verde acqua,
chiari, occhi trasparenti. Avrebbe voluto leggergli dentro, raccogliere la
certezza che fosse sincero. “Belli…bellissimi i tuoi occhi.”
“Non come i tuoi.” Pareva una risposta preparata.
“Guardiamoli….vediamo chi ride prima.”
Risero insieme, dopo pochi secondi.
L’avrebbe abbracciato, spogliato. Avrebbe fatto l’amore con
lui su quella panchina, soli nel cuore di Varese, sul balcone più in vista
della città.
Un pensiero tremendo, tremendamente coinvolgente. Pensò che
si stava perdendo. Pensò che era finito il momento di capire, che almeno una
volta nella vita si poteva rischiare tutto, per raggiungere un grado superiore
di piacere.
Se avesse aspettato anche solo qualche altro battito d’ali
di colombo, probabilmente gli avrebbe detto di no. Ma lui fu pronto a cogliere
il momento: “Passi da casa mia? Isa non c’è.”
Beatrice non disse nulla. Si alzò, gli raccolse la mano con
delicatezza, lo invitò a mettersi in piedi. Presero la scalinata in discesa, si
lasciarono bagnare dal vapor d’acqua della fontana, lui intinse la mano e le buttò
addosso uno schizzo. Lei sorrise.
***
L’ombra di Marco Marchi aveva le sembianze di Giuseppe
Togni. Era Beppe Togni, il bergamasco che se ne stava comodamente a cavallo
della sua scia; per lui era sufficiente tenerlo a ruota in salita e fare attenzione
in discesa, evitando cadute.
Marco soffriva quella zavorra da dietro, un cappio al collo;
per questo dopo ogni tornante dello Stelvio, dopo aver affrontato la curva sui
pedali e dopo il ritorno sul sellino rallentava il ritmo, per vedere se Togni
lo superava. Niente, e anche Casavola stava parcheggiato dietro la sua ruota.
Ma Casavola probabilmente era cotto, dopo aver retto più del prevedibile i
ritmi in salita, scanditi da lui e dal Togni.
‘Meglio’ pensò Marco, uno in meno, ma già lo sapeva che la lotta
sarebbe stata con il tracagnotto burino della Val Seriana.
A tre chilometri dalla Cima Coppi, Marco si voltò: erano una
decina. Come coltelli, le rampe dello Stelvio avevano tagliuzzato il gruppo,
unito sin dopo Trafoi. Guardando verso valle, seguendo i tornanti ne vedeva i
segmenti, due, tre, cinque, dieci corridori. Ancora alle prime curve ondeggiava
lenta e pigra la frazione più corposa, quella dei velocisti; a loro bastava raggiungere il traguardo della
sera, rimanendo nel tempo massimo. La loro storia, in quel Giro d’Italia,
l’avevano già scritta. A Marco mancava il finale.
Fra i dieci nel gruppetto di testa, anche i suoi gregari,
Luigi Zacchei e Gabriele Audisio. Avevano rallentato per problemi meccanici
alla bici e ora eccoli di nuovo con lui, davanti a lui: Zacchei, Audisio e
Marchi, il terzetto della Toshibas Bike che affrontava come un solo atleta gli
ultimi tre chilometri dello Stelvio.
La tempesta del giorno prima aveva lavato il cielo. Non una
nuvola e il vento, per fortuna, era rimasto a riempire il catino della Valle
Venosta. Il caldo era sopportabile, si respirava bene anche sopra i duemila.
I tifosi ce li aveva addosso. Sempre più vicini. Zacchei
fendeva gli scalmanati, Audisio dietro e quindi lui, che seguiva a fatica i
singhiozzi delle loro due schiene. Ricevette più di una spinta. Alle prime
reagì con bestemmie e manate; alle molte che seguirono non fece più caso ma
doveva fare attenzione che non lo buttassero a terra.
Tanto aveva deciso. La gamba girava, mio dio come girava,
quindi –concordi anche i due gregari, in giornata di grazia- il tentativo
sarebbe stato sul Mortirolo. Aspettare il Campo dei Fiori sarebbe stato troppo
rischioso
15-continua
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