venerdì 28 febbraio 2014

Herbert 25


Herbert
di franco hf cavaleri


Era lo stesso amore che così tanti anni dopo era lì, vivo.
“Ma che sto facendo? Non sto fuggendo da lei e dai ragazzi, perché sto scappando da me stesso. Come posso pensare di non avere Grace al mio fianco anche in questa battaglia che mi sta arrivando addosso. Noi non abbiamo forse lottato sempre? Sempre assieme puntato alle nostre mete e ai nostri obiettivi? Sempre in cammino per raggiungere il massimo dalla vita?”
Stava albeggiando nella camera dell’albergo mentre si schiarivano le acque del fiume, Herbert si era alla fine appisolato sulla poltroncina, mentre sognava come in un film quel che sarebbe successo, fotogramma per fotogramma della vicenda di un futuro che sembrava scritto nel presente.
Sì, con Grace a fianco, avrebbero cercato.
Qualche medico, anche di gran fama, li avrebbe scaricati di brutto.
“Troppo avanti negli anni per un trapianto, sì è vero che sia l’unico vero rimedio per combattere il male, ma non spreco un organo per lei, alla sua età.”
Avrebbero sofferto questo non sapere cosa fare, questa sentenza di chiusura che pure non poteva annichilire la speranza. Perché tra la speranza e il terrore di un intervento estremo, così Herbert si sarebbe dilaniato, atrocemente enumerando e svelando tutti i rischi di un intervento chirurgico così importante, in sensazioni che Grace e i ragazzi non potevano comprendere o forse che più semplicemente tentavano di nascondere a lui e a loro stessi. Per farsi coraggio.
Poi in un altro ospedale sarebbe venuto fuori che il trapianto si potesse fare, sarebbe bastato verificare con test su test che ci fosse l’idoneità. Non che Herbert ne fosse alla fine convinto, anzi il trovarsi in un ambiente più che professionale ma del tutto indifferente al suo carico di umanità lo avrebbe lasciato non solo con tutti i dubbi “tecnici”, ma anche con una reticenza di fondo per nulla tranquillizzante.
Avrebbero comunque cercato ancora, avrebbero tentato fino a quando non avrebbero ascoltato il parere di quell’ultimo dottore, nell’ennesimo ospedale.
Il chirurgo non aveva fatto grandi discorsi nell’accettarlo tra i suoi pazienti da operare, con semplicità toccando una profonda corda emozionale e mostrandogli di conoscere e di capire l’animo dell’uomo in cerca di aiuto.
Poche parole solamente: “sia positivo, non si arrenda.”
Non c’era stata sola tecnica e non la sola professionalità, ma anche la capacità di mostrarsi uomo di fronte a un altro uomo.
Sapevano già che sarebbe cominciata la sequela degli esami, un massacro di prove che alla fine avrebbero detto una cosa sola, che il male era circoscritto, che l’organismo non era compromesso, che si poteva fare.
Nel dormiveglia agitato dell’albergo di Firenze si era buttato vestito sopra il letto, Herbert confondeva i suoi pensieri, trasalendo come in un incubo, come se già vedesse i suoi giorni a venire.

25-continua

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