mercoledì 19 febbraio 2014
Mamma tele è una manna
Chi spara a zero su tutto e tutti non è credibile. Non avevo certo bisogno delle esternazioni sulla Rai, fatte ieri da Beppe Grillo, per affermare che per me è un tipo 'incredibile', ma vorrei parlare della tele senza soffermarmi sul comico salvapatria. In questi giorni guardo più tele del solito perché ci sono le Olimpiadi invernali. Normalmente la guardo la sera, soprattutto film, tg, talk-show. Pensavo a quanto sia utile la tele, per la fascia d'età 70-90 anni. E quanto sia utile per coloro, più giovani, che alla fascia d'età 70/90 anni dovrebbero fare compagnia e delegano il compito alla televisione, più o meno di Stato. E' così. Diciamo che per la fascia d'età 50/90 anni la tele è una gran comodità.
L'icona del lago su Amazon
foto valentina zanzi
Domani 20 febbraio è possibile acquistare la versione digitale del romanzo giallo della mia amica Barbara Zanetti, 'L'icona del lago' (Pietro Macchione editore) al prezzo superscontato di 0,99 centesimi. Il libro è su Amazon , ebook collana indies g&a, agenzia letteraria GRANDI&ASSOCIATI
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Herbert 16
Herbert
di franco hf cavaleri
Fu un balletto assurdo per invitare e per respingere, solo il fiato spezzava il loro silenzio, il loro spingersi e strattonarsi per la stanza.
D’un tratto inciamparono sul tappeto, scivolarono quasi cadendo davanti a un divano.
“Cerca di non farti strane idee.” Gli occhi d’improvviso inespressivi, le parole di Lea erano neutre, fredde. “Ora io vado a farmi una doccia, se tu vuoi vai di là nell’altro bagnetto a sistemarti e poi vattene, ci siamo divertiti e la cosa finisce così.”
Herbert neanche le rispose, era stordito, guardava le strisce rossastre sulle braccia, le sentiva sulla faccia. Forse negli anni a venire sarebbe diventato facile distinguere il fare l’amore dal fare sesso, ma in quel momento, per Herbert specialmente, non era così. Non aveva mai pensato al sesso senza sentimenti e senza amore e quello che era successo non gli piaceva. Per niente.
Si affrettò a sistemarsi lì dov’era, voleva davvero sparire prima che Lea uscisse dalla doccia, poi decise comunque di salutarla e andò verso il bagno. Passando davanti alle camere, gli sembrò di scorgere un movimento, forse Lea aveva già finito.
Spinse piano la porta, giusto un attimo per dirle che stava andandosene. Non era lei, era Chicca, la sua compagna di tante battaglie studentesche.
“Che ci fai tu qui?”
Altro che sbalordimento per Herbert.
“Sei stata qui per tutto il tempo, allora ci hai visto?”
Chicca lo stava guardando, ugualmente stravolta.
“No, non qui, non è proprio il momento. Ti spiegherò, ti parlerò. Vediamoci domani pomeriggio in oratorio, devo parlarti, devo chiederti una cosa, ma ora vattene via, prima che Lea se ne accorga.”
L’aveva già sentito dire in giro, all’ingrosso, di un qualcosa.
Ora Herbert stava a chiedersi se quelle voci di uno “strano” rapporto tra Lea e Chicca fossero davvero solamente delle stupidaggini.
Del resto, la cosa si sarebbe chiarita presto, giusto il tempo dell’appuntamento che si erano dati per l’indomani.
Lui non tornò neanche a casa, dopo la scuola, per essere in oratorio nel primissimo pomeriggio, cercandola nel salone e nelle stanze del piano superiore.
La trovò in una di queste, appoggiata a una scrivania, si scostò quando lui fece per avvicinarsi, come volesse scusarsi per quello che era successo il giorno prima da Lea.
Chicca parlava in fretta.
“Lascia stare, non hai niente da spiegarmi, lo so bene come è fatta quella. Non è per questo che voglio parlare con te. Tu lo sapevi che sono uscita di casa?”
“Sì, qualcosa avevo sentito dire in giro, anche se è da un po’ che non ci vediamo so bene che i tuoi problemi in famiglia, con tuo padre, sono molto grossi. Così te ne sei scappata via, ma com’è che stavi a casa di Lea? Mi quadra con qualche voce che ho sentito tra gli altri, che vivi con la Lea.”
Lei sospirò, guardandolo con tristezza.
16-continua
di franco hf cavaleri
Fu un balletto assurdo per invitare e per respingere, solo il fiato spezzava il loro silenzio, il loro spingersi e strattonarsi per la stanza.
D’un tratto inciamparono sul tappeto, scivolarono quasi cadendo davanti a un divano.
“Cerca di non farti strane idee.” Gli occhi d’improvviso inespressivi, le parole di Lea erano neutre, fredde. “Ora io vado a farmi una doccia, se tu vuoi vai di là nell’altro bagnetto a sistemarti e poi vattene, ci siamo divertiti e la cosa finisce così.”
Herbert neanche le rispose, era stordito, guardava le strisce rossastre sulle braccia, le sentiva sulla faccia. Forse negli anni a venire sarebbe diventato facile distinguere il fare l’amore dal fare sesso, ma in quel momento, per Herbert specialmente, non era così. Non aveva mai pensato al sesso senza sentimenti e senza amore e quello che era successo non gli piaceva. Per niente.
Si affrettò a sistemarsi lì dov’era, voleva davvero sparire prima che Lea uscisse dalla doccia, poi decise comunque di salutarla e andò verso il bagno. Passando davanti alle camere, gli sembrò di scorgere un movimento, forse Lea aveva già finito.
Spinse piano la porta, giusto un attimo per dirle che stava andandosene. Non era lei, era Chicca, la sua compagna di tante battaglie studentesche.
“Che ci fai tu qui?”
Altro che sbalordimento per Herbert.
“Sei stata qui per tutto il tempo, allora ci hai visto?”
Chicca lo stava guardando, ugualmente stravolta.
“No, non qui, non è proprio il momento. Ti spiegherò, ti parlerò. Vediamoci domani pomeriggio in oratorio, devo parlarti, devo chiederti una cosa, ma ora vattene via, prima che Lea se ne accorga.”
L’aveva già sentito dire in giro, all’ingrosso, di un qualcosa.
Ora Herbert stava a chiedersi se quelle voci di uno “strano” rapporto tra Lea e Chicca fossero davvero solamente delle stupidaggini.
Del resto, la cosa si sarebbe chiarita presto, giusto il tempo dell’appuntamento che si erano dati per l’indomani.
Lui non tornò neanche a casa, dopo la scuola, per essere in oratorio nel primissimo pomeriggio, cercandola nel salone e nelle stanze del piano superiore.
La trovò in una di queste, appoggiata a una scrivania, si scostò quando lui fece per avvicinarsi, come volesse scusarsi per quello che era successo il giorno prima da Lea.
Chicca parlava in fretta.
“Lascia stare, non hai niente da spiegarmi, lo so bene come è fatta quella. Non è per questo che voglio parlare con te. Tu lo sapevi che sono uscita di casa?”
“Sì, qualcosa avevo sentito dire in giro, anche se è da un po’ che non ci vediamo so bene che i tuoi problemi in famiglia, con tuo padre, sono molto grossi. Così te ne sei scappata via, ma com’è che stavi a casa di Lea? Mi quadra con qualche voce che ho sentito tra gli altri, che vivi con la Lea.”
Lei sospirò, guardandolo con tristezza.
16-continua
martedì 18 febbraio 2014
Il racconto del mercoledì
EGLI DORME
di carlozanzi
Alle due della
notte fu finalmente silenzio.
“Dorme?”
chiese Mario a Lucia.
“Dorme”
rispose Lucia a Mario.
“Che Dio ce la
mandi buona.” Mario sussurrò quell’augurio per timore che si svegliasse.
“E’ stata
dura” disse Lucia.
“Che gli avrà
preso?”
“Forse i
denti.”
“O mal di
pancia” e Mario scivolò sotto le coperte come una lucertola nel buco del
muro.
“Arrivo” disse
Lucia e andò in bagno a svestirsi.
Mario era
sfinito ma immaginò che Lucia dovesse esserlo ancora di più.
Era andata
così: seguendo i patti, chiari, a lui spettava la prima parte della notte,
dalle nove alla una. Se il piccolo s’addormentava lui avrebbe continuato col
sonno, al quale si sarebbe aggiunto quello di Lucia. Ma in caso di risveglio
nella parte più gustosa della notte spettava a Mario alzarsi per primo,
lasciando a Lucia l’agio del sonno almeno sino alle quattro, cinque del
mattino.
Il rampollo
aveva dormito un paio d’ore e alle dieci aveva deciso di rompere i coglioni,
obbligando Lucia alla pazienza. Svegliando Mario, il neonato gli aveva negato
la sua porzione di primo sonno. Alla una, cambio della guardia. Negli occhi di
Lucia una vorace voglia di dormire, unita al timore che suo marito non sarebbe
stato in grado di domare la piccola fiera; per questo aveva deciso di non
infilarsi la camicia da notte ma di accontentarsi di stendersi sul divano. Più
che fondati i timori della donna, perché Mario aveva retto meno di un’ora,
dando segni di impazienza già ai primi tentativi di calmare il bimbo,
piagnucoloso, singhiozzante, quieto ma un attimo dopo capace di un pianto
ringhioso, una protesta clamorosa contro chi lo aveva messo al mondo.
“Dallo a me”
aveva detto Lucia, quando mancava una quarto d’ora alle due. E in quindici
minuti la mamma era riuscita dove il padre aveva dimostrato poca attitudine.
Lucia
raggiunse Mario nel letto.
“Notte.”
“Notte.”
Respiravano
l’occorrente per non morire soffocati. Si abbracciarono, quasi a volersi
riparare da un pericolo incombente: il risveglio del figlio, nato dopo dieci
anni di matrimonio, tanto atteso quanto, ora, detestato.
“Ma che fai?
Tremi?” chiese Mario a Lucia. “Hai
paura?”
“Tu no?”
“Un po’…ma
tremare…”
“Pareva una
furia.”
“Non
svegliamolo…l’agnellino…”
“Gli tirerei
il collo.”
“Non si
dice….”
“…fanculo…tanto
tocca sempre a me.”
“ssss…zitta….”
e si strinsero ancora di più, sigillandosi in un silenzio senza fiato.
Aveva inteso
bene…era lui. Piccoli singhiozzi come
ripetute, nevrotiche gocce d’acqua giù dalla bocca del rubinetto che perde e
tarla la notte.
“No…dimmi che
non è vero” disse Lucia.
“…zitta…mi
alzo io” e Mario fu felice per quel gesto generoso.
“Senti…vestiamoci….”
“Dici?”
“Non ne posso
più…”
“Ma dai…”
“Non ce la
fai…vestiamoci.”
Era giunta
l’ora dell’auto. L’ultima spiaggia prima del sonnifero, che Lucia e Mario si rifiutavano
di somministrare al bimbo, nonostante le rassicurazioni del pediatra: “Non è
poi così dannoso…e poi quando ci vuole…” Non avevano mai voluto arrivare a
tanto, soprattutto dopo aver scoperto che una passeggiata in auto era il
rimedio estremo, ma efficace, per zittirlo quando tutti gli altri tentativi
erano falliti.
Si vestirono
lasciandolo frignare, senza degnarlo della minima attenzione. Mario scese
in garage e mise in moto la vettura,
Lucia avvolse il figlio in una spessa coperta di lana. L’avrebbe soffocato nel
panno anche perché il bimbo ora strillava, quasi si fosse indispettito perché
lo avevano fatto uscire dal caldo della culla. E un po’ Lucia fu costretta a
tappargli la bocca: i rapporti di buon vicinato la obbligavano a quella modesta
violenza verso il piccolo insonne.
Si chiusero le
portiere con botti rabbiosi. L’auto scivolò leggera nella notte col suo carico
di disperazione. Rampa del garage, via Carlo Poma, semaforo lampeggiante, a
destra per via Giuseppe Garibaldi, largo Duca d’Abruzzo, via Giacomo Leopardi,
svolta a destra per via Gabriele D’Annunzio, ancora a destra e ancora a destra,
ritorno in via Carlo Poma con il completamento della ronda intorno all’isolato.
Dopo un giro il bimbo non piangeva più ma gli occhi sgranati significavano,
forse, che il ciclo del suo sonno si era già esaurito.
“E’ vispo come
un grillo” disse Lucia.
“Non dirmelo”
disse Mario.
Due, tre,
quattro, cinque giri, e ogni giro regalava altra speranza che sigillasse le
palpebre e la finisse di importunare le tenebre. Mario guidava e sbirciava
sulla sua destra, la moglie e il bambino: il piccolo che mollava la presa, la
donna che ammorbidiva la tensione, che distendeva le rughe, che si
riappacificava col mondo. Quando la vide sorridere, capì che il ronzio del motore
era servito non solo a sputare piemmedieci nell’universo.
“Che dici?
Saliamo?” chiese Mario, sfinito.
“L’ultimo
giro” ordinò Lucia.
Fu completato
anche quello, la vettura tornò nel garage e Lucia riprese la via delle scale,
tenendo il fagotto senza tremare.
Mario si svesti, si rivestì del pigiama e corse nel
letto. Si rannicchiò sul fianco destro, si fasciò nelle coperte tenendole
strette contro di sé. Gli parve di sentire un rantolo, mise sotto anche la
testa, incredulo. Nel terrore.
Interpretando
i rumori, capì che Lucia si stava cambiando. Non la attendeva. Voleva solo una
boccata di sonno. L’alba era lì, non avrebbe certo riposato abbastanza per
reggere il giorno.
“Dorme” disse
Lucia.
“Mmmmm”
mugugnò lui.
La donna gli
si incollò addosso, infilò il suo braccio come cintura intorno alla vita di
lui. Il braccio era nudo.
Mario, col
braccio sinistro, andò indietro a toccare. Non si era messa il pigiama.
“Non si
sveglierà” disse lei, con una voce da bimba.
“Mmmmmm”
farfugliò lui.
Silenzio.
Lucia gli
accarezzò l’ombelico, ci girò attorno e scese all’elastico dei pantaloni.
“Mmmmmmm”
soffiò lui, scrollandosi di dosso quella provocazione.
“Ma dormi
sempre….” disse lei, allungando la mano a raccogliere la sottoveste, lasciata a
riposo poco più in là.
Moioli + Visintin: un po' troppo
Omar Visintin, spericolato ragazzotto di Merano, era fra i favoriti nello snowboard cross, in gara oggi a Sochi. Ebbene, dopo Michela Moioli, che si è malmessa gravemente un ginocchio causa caduta, oggi è caduto pure lui, con grande botta all'anca ma, pare, niente di rotto. Questa è una specialità molto molto spettacolare, a me piace ma è troppo rischiosa. Michela, Omar ma molti altri sono caduti, atleti già 'rattoppati' da precedenti incidenti, con schieneginocchiateste incerottate. Forse è il caso di pensarci un po' su.
Il battesimo di Riccardo
Domenica 23 febbraio, ore 15.30, chiesa di Avigno, il piccolo Riccardo (primo nipotino dei miei cari amici, nonni Carla e Paolo, nella foto) verrà battezzato. Sono vicino a Riccardo e ai genitori, Mari e Mirko.
Eccomi rimesso a nuovo
Mi giunge, gradito, questo sms dal mio amico e collega Stefano, reduce da un impegnativo intervento chirurgico:
"Ciao a tutti, eccomi qui rimesso a nuovo. Sono in cardiochirurgia, stessa stanza n. 13. Un grazie a tutti voi."
Molto bene.
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