venerdì 1 febbraio 2013

Le gambe di Bambi


Che Piero Chiara amasse le donne e le corteggiasse anche in modo sin troppo palese è noto a molti, e conosco parecchi aneddoti. Ma questio mi mancava, eppure Bambi Lazzati (eccola in foto con Romano Oldrini) la conosco bene. Trovo l'aneddoto su Varesefocus di gennaio 2013 (pag. 49).
"Piero Chiara si considerava un infallibile tombeur de femmes" racconta Bambi. "Lo conobbi a una cena con tanta gente a Ticinallo, sul lago Maggiore, in una casa privata. Avevo diciotto anni e arrivai con il mio futuro marito. Indossavo un'audace minigonna che valorizzava un mio punto di forza, le gambe, e Chiara m'invitò a sedermi accanto a lui. Mi corteggiò tutta la sera, prodigo di sorrisi e complimenti. Diventammo buoni amici."

Probabilmente -aggiungo io- il buon Piero si sarà trattenuto, anche perché avrà notato che il futuro marito di Bambi (il mio amico Mariano) era alto almeno uno e ottantacinque e piuttosto spallato!

Premio Chiara alla carriera a Ermanno Olmi


Il Premio Chiara alla carriera 2013 verrà assegnato ad Ermanno Olmi, notissimo regista. Scelta di prestigio, ma continuo a domandarmi perché mai il Premio Chiara alla carriera non sia stato ancora assegnato al Premio Nobel Dario Fo. Che fra le tante cose è del lago Maggiore come Chiara.

23 marzo 1913: nasceva Piero Chiara

                                                             foto enrico lamberti

Presentata ieri mattina la 25^ edizione del Premio Chiara, che cade nel centenario della nascita dello scrittore varesino. Per i dettagli si veda www.ilfestivaldelracconto.it, fra pochi giorni vi sarà il programma completo. Ci tengo a sottolineare soprattutto il Premio Chiara Giovani e il Premio Chiara per racconti inediti. Il secondo (faccio parte della giuria) permette a chi ha racconti inediti nel cassetto di farsi avanti e di vederli pubblicati, se vince. Quindi abbiamo il Premio Morselli per romanzi inediti (scadenza il 31 marzo 2013) e ora anche il Chiara per racconti inediti. Datevi da fare.

Poetessa bosina 2012 - Brava Luisa!

                                                                      foto carlozanzi


Festa du ra Giobia e Poeta Bosino

Si è svolta giovedì 31 gennaio, presso l’Atahotel, la Festa du ra Giobia 2013, organizzata dalla Famiglia Bosina. Fra i molti presenti, la regiura della Famiglia, Cicita Barlocci, l’ex regiù Augusto Caravati, rappresentati delle istituzioni. Alcuni fra i concitati vestivano l’abito tradizionale di Varese. Presente anche il gruppo Folkloristico Bosino. La festa è stata anche l’occasione, come da tradizione, per premiare i vincitori del concorso Poeta Bosino, il più ambito premio poetico in dialetto della nostra città. L’avvocato Ettore Pagani e il professor Livio Ghiringhelli, a nome della giuria, hanno presentato i premiati e letto le motivazioni. Poeta bosino 2012 (bissando il successo del 2011) è risultata Luisa Oprandi (in foto, mentre legge la sua lirica), con la poesia ‘Tra vizzi e stremizzi’; secondo classificato Carlo Bossi (detto Carletto della Buscaja) con ‘La mama supiva’. Al terzo posto Carlo Zanzi, con la poesia ‘La bancheta dul tramunt’. Al poeta bosino è andato il Pin Girometta d’argento (opera di Augusto Caravati) e un diploma, agli altri due finalisti una targa e un diploma. Qualche curiosità: due finalisti su tre sono di Sant’Ambrogio (Zanzi e Bossi). Molto ricorrente il nome Carlo: oltre ai due finalisti, anche il protagonista della bosinata vincente si chiama Carlo. 

La lingua della memoria


Chiedo venia se mi dilungo un po' parlando della mia poesia dialettale e del concorso Poeta Bosino ma, come ho già più volte detto, per me scrivere in dialetto significa soprattutto incontrare mia madre, i miei zii, le persone care che usavano questa lingua e amavano Varese.
Voglio riportare qui sotto la motivazione, scritta dal prof. Livio Ghiringhelli, che giustifica il mio terzo posto al concorso, con la poesia La bancheta dul tramunt, che potrete leggere in un post successivo.

Una panca in pietra sulla via del Santuario (la settima Cappella) accoglie la meditazione di un vecchietto in appartata solitudine (quand cal fa frecc e tira vent): nel suo tyamonto contempla l'affocato morire del giorno e trova pentimento di robb trasà, dul ben dismentegà (occasioni sciupate, trascurate, la via del bene smarrita finanche nella memoria, senza possibili recuperi); ma la luce si stempera in un cielo che rabbrividisce, che ha il colore pur freddo della verità e ci si abbandona al sereno struggimento della fine. Sulla densa compattezza delle ombre già si leva piano piano un altro giorno di speranza. Il componimento è pervaso da un afflato di intensa spiritualità.

Il ballo nel sangue


Mi ha fatto piacere che ieri sera, alla festa du ra giobia, fosse presente anche mio papà Mario, che ha ascoltato (credo con un po' di commozione) suo figlio Carlo leggere la poesia nel nostro dialetto. Ma soprattutto mio papà (86 anni) si è molto divertito a ballare. Eccolo con la neopoetessa bosina Luisa Oprandi, e con la regiura della Famiglia Bosina, Cicita Barlocci (in abiti tradizionali). Mio padre ha proprio il ballo nel sangue. Non posso non far cenno al noto aneddoto. Faceva l'asilo, si era innamorato di una suora e le disse (in dialetto, e qui traduco): "Quando sono grande ti sposo e ti porto a ballare a Robarello!" La suora allungò il crocifisso che teneva al collo e disse a mio padre (sempre in dialetto): "Ma cosa dici, bacia il crocifisso!" Altri tempi.

La bancheta dul tramunt


Ieri sera, sapendo che la mia poesia in dialetto era arrivata fra le prime tre al concorso Poeta Bosino, ho deciso di festeggiare salendo ancora una volta alla panchina del tramonto, quella descritta dalla poesia (vedi foto). Mi piaceva scattare una foto proprio il 31 gennaio, giorno della giobia, e ricordarmi di quel tramonto, anche se diverso da quello descritto. Poi, la sera, ho saputo di essere arrivato terzo, un piazzamento più che onorevole. Ecco la poesia.

 LA BANCHETA DUL TRAMUNT

Gh’è ‘na panca da prea pasà la Setima,
la gran Capela du la flagelaziùn,
a l’è la me banchèta dul tramunt,
ma seti giò, par mi gh’è pü nissün.

Vo lì quand cal fa frecc e tira vent,
cunt l’aria fina i niul in partì;
vo lì par imparà ma sa fa cito,
parché ma piass sentì sa diss ul dì;

ul dì quand l’è vegnüü ‘l mument da nà,
quand gh’è pü temp par dì: ‘Sa vedarà’.
E ‘l dì al sa fa ross par la vargogna
di robb trasà, dul ben dismentegà.

Ma l’è bell chel culur dra verità,
föögh frecc, fiama pizava pasà ‘l lagh.
E quand ul su l’è naj ma vegn da dì:
‘Sa l’è inscì bel murì, vörì murì.’

Ma ‘n boff da vent gerà pizìga i oss:
‘Vegn nott, vegètt, camina cal fa frècc.’
Inscì, mia tant persuas, ma drizi in pè,
disi ‘n patèr e turni al me mistè.

Intant ul su l’è mòrt dumà par mi,
la so crapa pelada sbusa ‘l mar,
la nott l’è bela e prunta par murì,
dasi dasi sa pìza n’altar dì.


  


La panchina del tramonto

C’è una panca di pietra passata la Settima,
la grande Cappella della flagellazione,
è la mia panchina del tramonto,
mi siedo, per me non c’è più nessuno.

Vado lì quando fa freddo e tira vento,
con l’aria pura le nuvole sono partite;
vado lì per imparare come si fa silenzio,
perché mi piace sentire cosa dice il giorno;

il giorno quando è venuto il momento di andare,
quando non c’è più tempo per dire: “Si vedrà.”
E il giorno si fa rosso per la vergogna
delle cose sciupate, del bene dimenticato.

Ma è bello quel colore della verità,
fuoco freddo, fiamma accesa al di là del lago.
E quando il sole se n’è andato mi viene da dire:
“Se è così bello morire, voglio morire.”

Ma un soffio di vento gelato pizzica le ossa:
“Arriva la notte, vecchietto, cammina che fa freddo.”
Così, non tanto convinto, mi metto in piedi,
dico un padre nostro e torno al mio lavoro.

Intanto il sole è morto solo per me,
la sua testa pelata buca il mare,
la notte è pronta per morire,
adagio adagio si accende un altro giorno.