martedì 8 luglio 2014

Lo schizzo del mercoledì


Da anni ormai, il mercoledì, propongo un mio racconto, IL RACCONTO DEL MERCOLEDI'. Pubblico 'cose nuove e cose antiche'. Mi sono accorto che i racconti nuovi sono molto brevi, più che racconti li chiamerei schizzi: come un pittore, prende una matita, un carboncino, zac zac, quattro segni, uno schizzo, sperando non sia solo uno scarabocchio. Ma se è il pittore è bravo, lo schizzo può essere interessante. Da oggi, in caso di racconto molto breve, metterò in intestazione LO SCHIZZO DEL MERCOLEDI', come nel caso di questa settimana. Sempre sperando di evitare gli scarabocchi.



IL TIFOSO
di carlozanzi

Nell’ombelico della pianura padana, a sud del fiume Po, dove l’afa si allea con le zanzare e ti condanna a morte, c’è un viottolo che taglia i campi. E’ poco frequentato. Lì galoppano due piedi, che non calzano Nike ma un’impronunciabile marca giapponese di scarpe da running; piedi veloci, contenti e maleodoranti, come tutti i piedi sudati del mondo. Perché anche i piedi di una bella donna mandano cattivo odore quando si corre, nel cuore della piatta pianura o in montagna o sul bagnasciuga. Ed è proprio una bella ragazza la proprietaria di quelle estremità, appendice di gambe lunghe e affusolate, che si impiantano in un bacino da modella, mentre i seni dall’alto ballano e il petto si gonfia e si sgonfia, alla ricerca d’ossigeno, saturo d’anidride. E sosta, sul bordo erboso di quel viottolo di campagna, una persona anziana, che ogni giorno lascia la casa, tiene il bastone nella destra, una seggiola pieghevole di legno nella sinistra (amor di precisione direbbe a braccetto), raggiunge la stretta via, visibile dal suo giardino, apre la sedia, appoggia il manico ricurvo del bastone sullo schienale, si siede e aspetta: la morte, la gioia e lei. Che fa parte della sua gioia quotidiana, felicità di sopravvivenza, un accontentarsi di quei passi, di quella seduta, di quel panorama conosciuto e nuovo. Ma lei non è una piccola gioia perché lei è bella, giovane e corre verso il futuro. E quando il vecchietto immagina quanto sarebbe inebriante abbracciarla, nuda, avverte la testa che gira, la sedia traballa e non è il terremoto, che pure di lì è già passato di recente. Ma anche lei ama quel vecchio, unico tifoso fedele nella calura, lo attende, vuole che la sua mano si alzi, che lasci fuggire qualche frase in dialetto antico, desidera quel sorriso di rughe, e se si alza in piedi, quasi volesse saltarle fra le braccia, è il trionfo. Un uomo in avanzato stato di anni che torna ogni primavera, con le rondini, e se ne va quando fa freddo e la nebbia spessa negherebbe ad entrambi il piacere della vista. Ma da marzo ad ottobre l’incontro si ripropone, perché lei è testarda nell’allenamento, e lui puntuale nell’abbeverarsi a quella sorgente di bellezza.
Una mattina di luglio, saranno state le dieci, lei arrivò e non vide né sedia né vecchio. No, avvicinandosi la sedia la trovò, piegata, adagiata sul tronco di un noce, e a un metro il bastone, a terra, morto stecchito, un poco più in là il suo cappello da antico ciclista, con visiera e scritta Spumador. Non aveva elementi tali da presagire il peggio, ma la morte manda un odore che si sente da lontano. Si fermò, guardò a destra, sul luogo del delitto, per trovare nuovi indizi, e a sinistra, nei campi. Incontrò un girasole. Lo strappò, si avvicinò alla sedia, lo infilò in una fessura, fra i listelli della seduta. Le occorsero più tentativi perché il fiore pendeva, non voleva starsene dritto, in posa celebrativa, militaresca. Ma il fiore del sole obbedì, come il vecchio aveva, infine, obbedito alla vita.

Se ne andò correndo, impoverita, immaginandolo dietro di lei, secco e sdentato, paziente e felice. 


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